Da leggere anche: racconti e opere sullo stesso tema
Racconti e opere intorno a questo tema, in ordine cronologico, per collocare i nostri titoli. Ognuno rimanda a un'edizione libera online quando esiste, o alla nostra scheda quando l'opera fa parte del nostro catalogo.
-
Antonio Pigafetta, Relazione del primo viaggio intorno al mondo (ca. 1524) (ca. 1524)
Nella stessa baia di San Julián, nel 1520, Magellano sverna per cinque mesi e affronta l'ammutinamento. Il cavaliere vicentino Pigafetta vi annota l'incontro con i «giganti» patagoni, matrice di tutte le favole successive. Due secoli dopo, Cardiel e Quiroga camminano a piedi nello stesso fango, aprono la stessa sepoltura, misurano le stesse ossa e concludono: statura ordinaria. Leggere Pigafetta e poi Lozano significa assistere alla nascita e alla morte di un mito.
-
George Anson, A Voyage Round the World (1748)
Cinque anni prima della spedizione Strobl-Cardiel-Quiroga, il commodoro inglese Anson intraprende il giro del mondo alla testa di una squadra decimata dallo scorbuto. Sono proprio le sue carte stampate a far nascere le favole di fiumi giganti e di ostriche smisurate a San Julián che il viaggio del 1746 smonterà. Il racconto inglese è un capolavoro di propaganda navale: Patagonia selvaggia, galeone di Manila catturato, ritorno trionfale. Leggere Anson accanto a Lozano significa vedere la stessa costa sotto due penne nemiche, l'una che ingrandisce tutto, l'altra che conta le braccia di fondale.
-
John Byron, relation du voyage du Dolphin (1773)
Dodici anni prima di Viedma, l'ammiraglio inglese entra nella baia di San Julián e giura di aver visto uomini alti nove piedi. Il suo racconto rilancia in Europa la vecchia favola dei giganti patagoni e fa circolare le incisioni. Leggere Byron e poi Viedma significa passare da una fiaba a un metro: il secondo misura i suoi ospiti in varas, nota che sono alti ma per nulla smisurati, e spiega con calma che a ingannare i visitatori frettolosi è stato l'abito, dal collo ai piedi.
-
Thomas Falkner, A Description of Patagonia (1774)
Un medico inglese diventato gesuita trascorre quarant'anni nelle missioni del Río de la Plata e torna con la prima descrizione ragionata dell'interno patagonico, dei suoi popoli e dei suoi fiumi. Il libro esce sei anni prima della partenza da Montevideo, e la sua ombra incombe su tutta l'impresa: è in parte perché Falkner ha mostrato agli inglesi il valore strategico della costa che Madrid decide in fretta di piantarvi delle città.
-
James Cook, A Voyage towards the South Pole and Round the World (1777)
Mentre Kerguelen difende a Versailles la sua terra del febbraio 1772, James Cook lascia l'Inghilterra con la Resolution e l'Adventure per risolvere la questione del continente australe. Nel gennaio 1773 supera il circolo polare antartico; un anno dopo, quando il bretone rinuncia tra le brume delle sue isole, si spinge fino a 71 gradi sud prima che il ghiaccio lo fermi. Il suo racconto, sobrio e ricco di cifre, cancella dalle carte il continente fertile promesso dai geografi, quello di cui Kerguelen aveva creduto di scorgere la punta. I due uomini inseguono la stessa chimera con fortune opposte: Cook preserva i suoi equipaggi dallo scorbuto, Kerguelen torna con uomini rovinati dalla malattia.
La nostra edizione → -
James Cook, A Voyage to the Pacific Ocean (1784)
Nel dicembre 1776, in rotta verso il Pacifico settentrionale, James Cook getta l'ancora con la Resolution e la Discovery in una baia delle terre di Kerguelen, che battezza Christmas Harbour. I suoi uomini vi trovano il messaggio lasciato dai francesi nel 1774, prova della presa di possesso. Cook rileva la costa, descrive la vegetazione rasa, le foche e i pinguini, e suggerisce un nome destinato a fare fortuna: l'isola della Desolazione. Il suo racconto, pubblicato dopo la sua morte, conferma la scoperta del bretone proprio mentre questi, condannato dal consiglio di guerra, redige la propria difesa nel castello di Saumur.
La nostra edizione → -
Charles Darwin, Viaggio di un naturalista intorno al mondo (1839) (1839)
Il giovane naturalista inglese getta l'ancora nel 1834 davanti a Puerto Deseado e San Julián. Vi trova un paese quasi intatto dai tempi di Cardiel: le stesse scogliere, gli stessi guanachi, la stessa solitudine. Ma Darwin aggiunge la questione del tempo profondo, quella dei fossili sepolti nelle barrancas. Il suo capitolo patagonico, scritto un secolo dopo il San Antonio, dona al paesaggio inospitale dei gesuiti una dimensione geologica ed evolutiva che essi non potevano sospettare.
-
George Chaworth Musters, At Home with the Patagonians (1871)
Un ufficiale di marina inglese attraversa la Patagonia dallo stretto di Magellano al Río Negro vivendo diciotto mesi con i Tehuelche, a cavallo, nei loro toldos, al ritmo delle loro cacce. È il pendant tardivo e intimo della descrizione di Viedma: le stesse bolas, gli stessi lutti, le stesse cerimonie di ingresso in territorio straniero, osservati un secolo dopo da un uomo che, lui, ha il tempo di imparare la lingua.
-
Francisco Moreno, Viaje a la Patagonia austral (1879)
Il giovane studioso argentino esplora il sud della Patagonia per affermare la sovranità nazionale contro la rivendicazione cilena. Riscopre la baia di San Julián, le lagune di sale, i sentieri indios. Le sue relazioni serviranno a fissare il confine moderno. Un secolo e mezzo dopo Cardiel, la stessa costa torna a essere una posta politica, ma questa volta tra repubbliche.
-
Henry Nottidge Moseley, Notes by a Naturalist on the Challenger (1879)
Un secolo dopo il secondo viaggio di Kerguelen, nel gennaio 1874, la corvetta britannica Challenger fa scalo nell'arcipelago durante il giro del mondo che fonda l'oceanografia moderna. Il naturalista Henry Nottidge Moseley ne percorre le baie, osserva i pinguini, gli elefanti marini, i muschi e il celebre cavolo, quei viveri freschi che tanto erano mancati agli equipaggi di Kerguelen. I suoi appunti, scritti per un largo pubblico, hanno la freschezza di un taccuino di campo. Mostrano da vicino, a piedi, una terra che Kerguelen aveva solo intravisto nella bruma, diventata in cent'anni un terreno di studio per i dotti e un territorio di caccia per i marinai.
Leggere un'edizione libera → -
Lady Florence Dixie, Across Patagonia (1880)
Un'aristocratica scozzese parte a caccia nel sud con il fratello, i cani e un cuoco, e riporta il primo racconto patagonico scritto da una donna. Il tono è quello di una gita di piacere, ed è proprio questo a colpire: là dove Viedma contava i suoi malati e la sua farina avariata, qui si fanno picnic e si scattano fotografie. Un secolo è bastato a trasformare un capo del mondo mortale in un terreno di sport.
-
William Henry Hudson, Idle Days in Patagonia (1893)
Naturalista nato nella pampa, Hudson trascorre mesi immobile sulle rive del Río Negro, con un braccio al collo, a guardare gli uccelli e il vento. Il suo libro inventa un modo di dire il vuoto patagonico come un'esperienza interiore. Dopo le latitudini di Viedma, questa lettura dà la sensazione che manca al diario: ciò che fa a un uomo un paesaggio in cui per settimane non accade nulla.
-
Ramón Lista, Viaje al país de los tehuelches (1894)
Esploratore e governatore del territorio di Santa Cruz, Lista risale il fiume che Viedma non aveva potuto risalire e raggiunge via terra i laghi della Cordigliera. Ritrova, stremati, i gruppi la cui popolazione il diario del 1783 stimava in quattromila anime. I due testi, separati da centoundici anni, si leggono come un prima e un dopo da cui non si esce indenni.
-
Otto Nordenskjöld, Antarctica, or Two Years Amongst the Ice of the South Pole (1901-1903)
Nel 1902 il geologo svedese Otto Nordenskjöld si stabilisce per svernare sull'isola di Snow Hill, sulle rive del mare di Weddell, nei paraggi che Ross aveva riconosciuto nel gennaio 1843. Il piano va storto: la sua nave, l'Antarctic, è stritolata dai ghiacci e l'equipaggio raggiunge in scialuppa l'isola Paulet, proprio quella che Ross aveva battezzato, dove passa l'inverno in una capanna di pietra nutrendosi di pinguini. I gruppi dispersi finiscono per ritrovarsi, e la cannoniera argentina Uruguay viene a prendere i sopravvissuti alla fine del 1903. Il racconto, tradotto in inglese nel 1905, fa di quelle isole uno scenario di sopravvivenza e rende il giusto posto alla cartografia di Ross.
-
Otto Nordenskjöld et Johan Gunnar Andersson, Antarctica, or Two Years amongst the Ice of the South Pole (1901-1903)
Sessant'anni dopo Dumont d'Urville, i paraggi della Terra di Luigi Filippo diventano lo scenario di una robinsonata polare. Nel febbraio 1902 la nave Antarctic, comandata da Carl Anton Larsen, lascia il geologo svedese Otto Nordenskjöld e cinque compagni sull'isola Snow Hill per uno svernamento. Venuta a riprenderli, la nave resta imprigionata nei ghiacci e affonda il 12 febbraio 1903; l'equipaggio sverna in una capanna di pietra sull'isola Paulet, mentre tre uomini passano l'inverno a Hope Bay in un riparo di fortuna. I tre gruppi si ritrovano nel novembre 1903 e vengono recuperati dalla corvetta argentina Uruguay. Il racconto, pubblicato in svedese e poi in inglese nel 1905, narra questi due anni tra i ghiacci.
-
Robert Falcon Scott, The Voyage of the Discovery (1901-1904)
Sessant'anni dopo Ross, la Discovery di Robert Falcon Scott sverna nel 1902 in fondo allo stretto di McMurdo, battezzato col nome del tenente del Terror. Scott costeggia la grande Barriera che Ross aveva seguito senza poter approdare, si leva persino in pallone frenato sopra di essa, poi si inoltra verso sud con Wilson e Shackleton oltre gli 82 gradi, a piedi e con cani mal impiegati. Il racconto, pubblicato nel 1905, nomina a ogni pagina i capi e i vulcani di Ross, l'Erebus e il Terror in testa. Ciò che nel 1842 era solo un fronte di ghiaccio visto dal ponte diventa un territorio che si attraversa, al prezzo dello scorbuto e dell'esaurimento.
Leggere un'edizione libera → -
Robert Neal Rudmose Brown, Robert Cockburn Mossman et James Hunter Harvey Pirie, The Voyage of the Scotia (1902-1904)
Il 25 marzo 1903 la Scotia della spedizione scozzese di William Speirs Bruce getta l'ancora in una baia dell'isola Laurie, nelle Orcadi Australi, che le corvette francesi avevano costeggiato nel febbraio 1838. Bloccata dal ghiaccio fino al 23 novembre, la squadra costruisce una casa di pietra, Omond House, e vi tiene un osservatorio meteorologico. Il 22 febbraio 1904 Bruce cede la stazione al governo argentino: è la base Orcadas, in servizio senza interruzione da allora. La Scotia spinge poi nel mare di Weddell, scopre la Terra di Coats e resta intrappolata nella banchisa a 74° 01' sud. Il racconto, scritto da tre membri della spedizione e uscito nel 1906, conserva la verve dei giornali di bordo.
-
Jean-Baptiste Charcot, Le Français au pôle Sud (1903-1905)
Jean-Baptiste Charcot salpa nel 1903 sul Français, un tre alberi costruito a Saint-Malo, dapprima per soccorrere la spedizione svedese di Nordenskjöld, che gli argentini hanno già ritrovato. Si volge allora verso la costa occidentale della penisola Antartica, l'altro versante di quelle terre che Ross aveva scorto da est con i nomi di Joinville e di Louis-Philippe. Svernamento in una baia dell'isola Booth, rilievi idrografici, osservazioni magnetiche e meteorologiche: il medico divenuto marinaio riprende, a sessant'anni di distanza, il programma scientifico di Ross. Il Français, urtato contro una roccia, rientra danneggiato e sarà venduto all'Argentina. Il racconto, pubblicato nel 1906, conserva la verve di un giornale di bordo.
-
Jean-Baptiste Charcot, Le Pourquoi-Pas ? dans l'Antarctique (1908-1910)
Nell'agosto 1908 Jean-Baptiste Charcot lascia Le Havre sul Pourquoi-Pas ?, trealberi polare costruito per lui a Saint-Malo, e raggiunge l'Antartide a dicembre. Come Dumont d'Urville settant'anni prima, passa per le Shetland del Sud: all'isola Deception, davanti alla quale l'Astrolabe aveva conosciuto la bonaccia e la gotta del suo comandante, dei balenieri sono già insediati, e la spedizione dà al loro ancoraggio il nome di baia dei Balenieri. Charcot sverna nel 1909 all'isola Petermann, rileva la costa occidentale della penisola Antartica e scopre nel 1910 la terra che chiama come suo padre. Il suo diario, uscito nel 1910, prolunga in francese il racconto dei navigatori dell'Astrolabe.
-
Roald Amundsen, Sydpolen (Le Pôle Sud) (1910-1912)
Nel gennaio 1911 Roald Amundsen colloca la sua base, Framheim, nella baia delle Balene, un'insenatura di quella grande Barriera che Ross aveva costeggiato nel 1841 e rivisto nel 1842, senza potervi metter piede. Il norvegese scommette sul vivere sul ghiaccio galleggiante stesso. Da lì, con quattro compagni e slitte trainate da cani, raggiunge il polo Sud il 14 dicembre 1911, più di un mese prima di Scott. Il suo racconto, uscito già nel 1912, è quello di un metodo: depositi segnalati, pellicce, cani sacrificati lungo la strada. Chiude la storia aperta da Ross: la Barriera, muro invalicabile visto dalle navi, diventa la grande strada del polo.
Leggere un'edizione libera → -
Apsley Cherry-Garrard, The Worst Journey in the World (1910-1913)
In pieno inverno australe del 1911, Apsley Cherry-Garrard, Edward Wilson e Henry Bowers lasciano capo Evans per capo Crozier, che Ross aveva battezzato col nome del comandante del Terror. Cinque settimane nella notte polare, con temperature che scendono sotto i meno 40 gradi, per riportare uova di pinguino imperatore che la scienza dell'epoca credeva decisive. I tre uomini tornano a malapena vivi. Un anno dopo Cherry-Garrard fa parte della squadra che ritrova la tenda di Scott, di Wilson e di Bowers sulla Barriera. Il suo libro, pubblicato nel 1922, è forse il più bel racconto dell'Antartide: dove Ross misurava il ghiaccio, lui dice che cosa fa agli uomini.
Leggere un'edizione libera → -
Ernest Shackleton, South: The Story of Shackleton's Last Expedition, 1914-1917 (1914-1917)
Nel gennaio 1915 l'Endurance di Ernest Shackleton resta imprigionata nella banchisa del mare di Weddell, quella che Dumont d'Urville aveva tentato di forzare nel febbraio 1838. La nave deriva dieci mesi con il ghiaccio prima di essere stritolata; affonda il 21 novembre 1915. I ventotto uomini si accampano sui floe, poi raggiungono in scialuppa, nell'aprile 1916, l'isola Elephant, la terra scoscesa che le corvette avevano costeggiato dopo le Orcadi. Shackleton riparte con cinque compagni sulla James Caird fino alla Georgia del Sud e torna a prendere gli altri il 30 agosto 1916 a bordo dello Yelcho cileno. South, uscito nel 1919, racconta fino in fondo ciò che il comandante dell'Astrolabe temeva durante i suoi cinque giorni di blocco.
Leggere un'edizione libera → -
Raymond Rallier du Baty, 15,000 Miles in a Ketch (1917)
Nel settembre 1907 due fratelli bretoni, Raymond e Henri Rallier du Baty, lasciano Boulogne a bordo del J.-B. Charcot, un ketch da pesca di 48 tonnellate, con quattro compagni. Il loro scopo: cartografare le Kerguelen, che la Francia ha ancora poco esplorato. Per pagare l'avventura cacciano l'elefante marino e ne vendono l'olio. Il loro racconto, pubblicato in inglese prima di uscire in francese con il titolo Aventures aux Kerguelen, ha l'umorismo e l'audacia delle spedizioni senza budget. Raymond tornerà nel 1913; i suoi rilievi serviranno alla prima carta completa dell'arcipelago, pubblicata nel 1922, centocinquant'anni dopo la scoperta del suo connazionale.
Leggere un'edizione libera → -
Bruce Chatwin, In Patagonia (1977) (1977)
Il viaggiatore inglese percorre la Patagonia sulle tracce di un pezzo di pelle di milodonte riportato da un avo. Racconto frammentario, poetico, ossessionato dai racconti precedenti, incontra ovunque Cardiel, Darwin e Magellano, senza nominarli sempre. La migliore guida contemporanea per ritrovare, nei silenzi della pampa, l'eco dei viaggi gesuiti.
-
Jean-Paul Kauffmann, L'Arche des Kerguelen (1993)
Alcuni anni dopo la liberazione, il giornalista e scrittore Jean-Paul Kauffmann, ostaggio in Libano dal 1985 al 1988, parte per le Kerguelen sulle tracce di Yves de Kerguelen, di Rallier du Baty e degli altri scopritori. Condivide la vita degli scienziati e dei militari della base, affonda nella torba, si perde, subisce il vento che non cessa mai. Sogna di scorgere l'arco di roccia che dà il titolo al libro, e il maltempo glielo impedisce. Racconto di una meta mancata, come quella del 1774, il suo libro fa dell'isolamento australe una materia letteraria, senza mai perdere di vista il navigatore bretone che lo ha rivelato.
-
Sylvain Tesson, La Panthère des neiges e taccuini patagonici
In diversi viaggiatori francesi recenti la costa patagonica appare in filigrana: in Le Clézio, in Kessel, in Tesson. Il deserto australe vi è diventato un topos, quasi un luogo comune; bisogna tornare ai gesuiti del 1746 per ritrovare questa costa quando era ancora una macchia bianca sulla carta, una costa dei Patagoni di cui si dubitava che fosse abitata.